DA LA PROVINCIA DI COMO DEL 24 APRILE 2007
STORIE Nella nostra città, c’è la più antica scuola velistica d’Italia. Quattro chiacchiere con il personaggio centrale di tutta la vicenda
Quell’idea che fece nascere la vela sul lago di Como
Parla il commodoro Pelloli, 80 anni domenica: «Siamo stati i primi a fare la scuola. Tutti gli altri ci hanno copiato»
Quell’idea che fece nascere la vela sul lago di Como
Parla il commodoro Pelloli, 80 anni domenica: «Siamo stati i primi a fare la scuola. Tutti gli altri ci hanno copiato»
COMO Fiero come un ammiraglio.
Orgoglioso come
un comandante. Duro come
un condottiero. Angelo Pelloli,
80 anni domenica, si
riassume in queste tre definizioni.
Lui è il commodoro
dello Yacht Club, supervisore
della scuola velica.
Ma forse (anzi, sicuramente
lo è) sarebbe più interessante
dire che il personaggio in
questione è nientemeno
che l’inventore della scuola
di vela a Como. E mica una
scuola qualunque: parliamo
della più antica d’Italia,
datata 1950. Una scuola sul
serio: di moda e strategie,
anche. Pelloli, in Yacht
Club, è una specie di monumento.
Vive la sua passione
con antico rigore. Per
lui, cresciuto al collegio navale
di Venezia, la vela è ordine
e disciplina. E per
questo, ciclicamente, è entrato
in rotta di collisione
con dirigenti che si sono alternati
alla guida del club.
Se ne va brontolando. Ma
poi, ogni volta, lo richiamano.
Ma non fategli feste
pubbliche. Non si presenterà.
Come non farà, forse,
sabato sera per la festa ufficiale
per i suoi ottantanni.
Rigore, modestia e disciplina.
Sempre. Anche con le
candeline sulla torta.
Come iniziò la vela a Como?
«Ah, io c’ero. Il grande
Dario Salata diede il primo
impulso a quello che era un
movimento solo turistico.
Era la prima metà degli Anni
Quaranta. Poi ci fece, anche,
quello che oggi si dice
un "business". Prima una
veleria a Torriggia, poi addirittura
una rimessa di
barche. Erano star, la barca
più bella che c’è».
Poi, un bel giorno arriva
lei...
«Cioè, io c’ero già da tempo.
Dal 1941. Tornato dal
collegio navale bazzicavo e
giocavo con mie nozioni
velistiche che durante la
scuola mi avevano affascinato.
Un giorno, anni dopo,
mentre studiavo fisiologia,
scrissi tra gli appunti:
"scuola di vela". Corsi al
club, ne parlai con i dirigenti.
Mi diedero spazio.
Così nacque la prima scuola
di vela».
Ma come è possibile, con
migliaia di chilometri di
coste sul mare, che la prima
venne creata qui...?
«Il fatto è che allora la vela
era uno sport per gente
navigata. I giovani non c’erano.
Nessuno si poneva il
problema. Più che una strategia,
fu una idea un po’
bizzarra. Ma funzionò».
Lei e la scuola di vela, un
rapporto difficile.
«Se le cose non sono fatte
bene, io mi faccio da parte.
Quando vedo un alunno,
gli indico il cancello: "lo
vedi? E’ grigio militare! Se
lo oltrepassi, la disciplina
cambia. Alzarsi in piedi di
fronte alle persone con i capelli
grigi, via il cappello se
non piove, rispetto e ordine...".
Quando vedevo allentare
gli ormeggi del rigore,
me ne andavo. Mi hanno
sempre richiamato. La
mia scuola di vela, non so
se ha creato campioni, ma
uomini veri di sicuro. Tutti
si sono realizzati, nella vita
».
Quanti allievi saranno
passati di qui?
«Migliaia di persone. Tra
cui i Puntello, Moschioni,
Spata, Polti. Il primo allievo?
L’attuale presidente
Butti».
A chi deve dire grazie, la
vela comasca?
«Ai pionieri: i Salata, i
Mantero, i Brambilla (l’uomo
dei Dinghy e dei Beccacini),
i Clavenzani, gli Ayala.
Il testimone poi l’ha raccolto
Spata, che oggi può
rappresentare molto per la
specialità a Como».
Lo Yacht Club sta dedicando
sforzi alla vela.
«Il nuovo istruttore, si
chiama Castelli, è davvero
molto bravo. Su di lui si
può costruire».
Lei ha mancato di un soffio
l’Olimpiade.
«Preferirono un triestino
e un genovese, all’ultimo
momento. Era il 1952, a
Helsinki. Ma poi ci sono
andato da giudice di gara,
nel 1960 a Napoli. Posso dire
di averla fatta».
E in barca, tante regate.
«Anche un campionato
italiano vinto».
Paura?
«Qualche volta. Quando
il grande Straulino mi mandava
in barca con il mare in
burrasca e mi diceva "mona,
non avrai mica paura di
queste ondine". E poi qui,
sul lago, per una tempesta.
Credevamo di averla fata
franca, avevamo lasciato sù
le vele per fregare gli avversari,
che invece le avevano
tirate giù. Tra un po’ ci rimaniamo
sul serio...».
La Coppa America?
«Roba moderna. Per carità,
nulla contro la tecnologia.
Ma lì ci sono velisti e
non marinai. E le cose sono
molto differenti. Il velista
va in barca, il marinaio interpreta
e affronta ogni difficoltà.
Sa fare i nodi. E non
si mette il lucidalabbra».
Come si diverte oggi, Pelloli?
«Parlando ai ragazzi del
liceo. Mi ascoltano in silenzio.
Secondo me si divertono,
lei che dice...?».
Nicola Nenci